Simonetta, appalti e 007 L’ultima pista di via Poma

Postato il 27 agosto, 2010
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Affiora tra le carte di una vecchia inchiesta, la «Cheque to Cheque» del 1996, una pista inesplorata che potrebbe imprimere una svolta improvvisa al processo per l’omicidio di Simonetta Cesaroni in cui è imputato l’ex fidanzato Raniero Busco. In queste carte, che finora non sono state prese in considerazione dai magistrati in quanto sepolte insieme a un’inchiesta di 14 anni fa che non ha alcuna attinenza, c’è un’ipotesi sconvolgente. Ovvero che il delitto sia maturato nell’ambiente di lavoro in cui operava Simonetta: una possibilità che i magistrati stanno comunque vagliando e che ha preso corpo dopo il suicidio di Pietrino Vanacore e i rinvii per malattia della deposizione del datore di lavoro, Salvatore Volponi. A raccontare cose sconvolgenti sulla fine di Simonetta è una strana figura, Luciano Porcari, classe 1940, originario di Orvieto, un uomo di confine tra criminalità e Servizi. Porcari, tra il luglio e il dicembre 1996 — nel carcere di Secondigliano (Napoli) prima e poi in quello di Viterbo — rendeva delle dichiarazioni verbalizzate al comandante della stazione dei carabinieri di Vico Equense, il maresciallo capo Vincenzo Vacchiano, che all’epoca indagava nell’ambito dell’operazione «Cheque to Cheque», condotta nel 1996 dai pm della Procura di Torre Annunziata Paolo Fortuna e Giancarlo Novelli. Un’inchiesta che ha portato alla luce molti scottanti capitoli di storia italiana recente: dal traffico d’armi alle tangenti sulla cooperazione in Africa. Luciano Porcari articola il suo lungo racconto in quattro deposizioni: 29 luglio, 28 ottobre, 8 novembre, 4 dicembre 1996.

In esse Porcari racconta di aver lavorato all’estero, in particolare nell’Africa francofona; un ambito nel quale entra in contatto con il «giro» degli appalti legati alla cooperazione italiana e delle tangenti che si muovono tra i vertici dei Paesi riceventi e dei Paesi donatori. Ambiti nei quali si trovano spregiudicati affaristi, esponenti dei servizi segreti e delle forze militari, politici con propensioni «mediterranee ».

Porcari, nelle sue deposizioni, racconta di essere venuto a contatto, in questo contesto, con ambienti dei Servizi. Il comandante dei carabinieri di Vico Equense, Vicenzo Vacchiano, scrive (Informativa di reato, operazione «Cheque to cheque », pp. 226-235): «Operando in attività illecite in Sud Africa, il Porcari conobbe quello che si presentava come il responsabile di una compagnia di import-export interessata ai traffici gestiti dal Porcari; tale personaggio asserì di chiamarsi Fabio Marcelli. In seguito poté identificarlo nel colonnello (dei Servizi segreti) Mario Ferraro ».

Si tratta del colonnello del Sismi trovato morto il 16 luglio 1995 nel bagno della sua abitazione al quartiere Torino, a Roma. Ferraro venne trovato impiccato ad un portasciugamani del bagno. Si è parlato di un omicidio mascherato, dovuto alle indagini che il colonnello Ferraro stava compiendo sulle vicende della malacooperazione. I dettagli che Porcari riporta indicano, secondo il maresciallo dei carabinieri, che il detenuto è attendibile. «Porcari asserisce che il nome operativo del colonnello Ferraro era appunto Fabio Marcelli. Questo particolare, coperto dal segreto, non è mai stato rivelato dalla stampa né mai è stato riportato in altre dichiarazioni giudiziarie. Questa circostanza costituisce indubbiamente un oggettivo riscontro».

Ma di riscontri ce ne sono altri. Porcari parla di una società (in cui egli stesso dice di aver operato) attiva agli ambienti della cooperazione con l’Africa del Nord, ma operante come «facciata» anche per conto dei Servizi segreti italiani. «Quando svolgevo l’attività di broker, ho lavorato anche per conto della società Dolmen, con sede in Roma al largo Argentina. I responsabili li conobbi in Liberia nel dicembre 1990».

Abbiamo compiuto delle verifiche nei registri storici della Camera di Commercio di Roma e scoperto che in effetti a pochi metri da largo Argentina, in largo Arenula 11 (uno spiazzo collegato a Largo Argentina) aveva sede La Dolmen International srl, una società dalla ragione sociale oscura, dedita a scambi con l’Africa, i paesi dell’Est e il Sudamerica. Nella contigua via Arenula ha sede pure il ministero dell’Interno, da cui dipendeva il Sisde. Porcari nelle deposizioni parla di maxi-tangenti sugli aiuti umanitari, di corruzioni, di strani traffici. E poi rivela un inquietante collegamento, quello con Simonetta Cesaroni.

Secondo Porcari, la Dolmen aveva una «società gemella, in via Poma», nella quale afferma di aver lavorato. Nella deposizione rese ai carabinieri il 28 ottobre ’96, Porcari racconta: «Fatti questi due viaggi dai quali guadagnai circa 80 milioni, dissi che non avrei voluto più farne perché era mio desiderio stare vicino ai miei figli. Con quei soldi misi su un’azienda di oggettistica con 13 dipendenti. Il lavoro andava bene nei primi tempi, poi sorsero delle difficoltà, tanto che dopo circa due anni chiusi l’attività e ricominciai a viaggiare per conto di una società di Roma sita in via Poma».

Porcari rivela che nella società di via Poma lavorava un’impiegata, Simonetta Cesaroni. Nel verbale del 4 dicembre 1996 racconta: «La povera Simonetta Cesaroni era la ragazza incaricata di stipulare i contratti per conto di queste società (legate ai contratti della cooperazione allo sviluppo, ndr) al di fuori del suo lavoro normale e quindi inevitabilmente era a conoscenza di queste operazioni illecite che, come io le ho detto, ho concluso per conto di queste società. Debbo precisarle che ho conosciuto gli uffici di via Poma nel 1991, al ritorno dalla Liberia. Come vede, tutte le persone che hanno avuto conoscenza delle attività di queste società sono state uccise». Una pista inquietante, che compete alla Procura vagliare.

Ferruccio Pinotti – 26 agosto 2010 – Corriere della Sera

Fininvest querela il pm Luca Tescaroli

Postato il 23 agosto, 2010
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A distanza di quasi due anni dalla pubblicazione del libro ‘Colletti sporchi’, edito da Rizzoli Bur, la Fininvest ha querelato uno degli autori del libro, il pm Luca Tescaroli, lo stesso magistrato che ha rappresentato l’accusa nel processo per la strage di Capaci a Caltanissetta, facendo condannare gli assassini di Giovanni Falcone, della moglie, Francesca Morvillo e di cinque agenti della scorta.

La Fininvest, come scrive oggi ‘Il Corriere della Sera’ chiede il risarcimento a Tescaroli “per gli ingentissimi danni non patrimoniali” procurati con la pubblicazione del libro. ‘Colletti sporchi’ è un libro intervista scritto da Tescaroli con il giornalista Ferruccio Pinotti e ripercorre, tra le altre cose, la vecchia indagine antimafia su ‘Alfa’ e ‘Beta’, nomi in codice per indicare Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri. Un fascicolo che è stato archiviato tempo fa. Tescaroli nel libro riporta atti giudiziari, ma anche dichiarazioni di collaboratori di giustizia, come Salvatore Cancemi.

Il pm Tescaroli non nasconde la propria ”sorpresa” per la richiesta di risarcimento da parte della Finivest. “Quando ho ricevuto la citazione – sottolinea all’Adnkronos – sono rimasto senza parole. Ero sorpreso per il fatto che nei confronti di un funzionario dello Stato, che ha sacrificato con senso del dovere ciò che ha di più caro, venga chiesto un risarcimento danni”. E ha aggiunto: “E’ stata comunque investita un’autorità giudiziaria che ha la competenza per decidere sulla fondatezza di quanto sostenuto nella citazione”. “Ogni iniziativa giudiziaria deve essere rispettata – ha spiegato ancora il pm Luca Tescaroli – presenterò le mie difese al giudice che deciderà se accogliere la richiesta di citazione danni presentata dalla Fininvest”. Poi, il magistrato ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a scrivere il libro ‘Colletti sporchi’. “Innanzitutto – ha detto – volevo spiegare la pericolosità e le insidie di Cosa nostra, e in particolare dei cosiddetti ‘Colletti bianchi’ attraverso l’esperienza personale che ho maturato negli ultimi anni. Quindi, ho voluto anche rendere omaggio a tante, troppe vittime della mafia”.

Il magistrato, nel libro scritto insieme al giornalista Ferruccio Pinotti, cerca, tra le altre cose, di “descrivere la tenacia dei valori positivi dello Stato che la mafia cerca di colpire”. E ha ricordato che “un terzo del territorio nazionale, soprattutto da un punto di vista economico, continua a ricadere nel dominio di diverse organizzazioni mafiose. Infine, ho voluto mostrare come vive giornalmente un magistrato fornendo un motivo di riflessione ai cittadini”. Luca Tescaroli, che oggi è un pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, ha parlato poi della “campagna denigratoria” che si sta “attuando nei confronti dei magistrati” in Italia.

Infine, ha ricordato che già “il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il giudice Rocco Chinnici avevano capito l’importanza del parlare alla gente per indurre i cittadini ad avvicinarsi a un cammino verso la legalità”. E conclude: “Oggi si conoscono i mandanti e gli esecutori della strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e ai cinque agenti della scorta, direi che qualche risultato straordinario si è ottenuto se si considera che molti ‘delitti eccellenti’ dopo decenni rimangono avvolti nel mistero”.

“Piena e incondizionata solidarietà al collega Luca Tescaroli” è stata espressa dal presidente dell’Anm di Palermo, Antonino Di Matteo. “Evidentemente – dice Di Matteo all’Adnkronos – nel nostro paese diventano sempre più palesi e frequenti i tentativi di intimidire quei magistrati che ‘osano’ indagare a fondo sui rapporti tra la mafia e il potere. Argomento sul quale da troppe parti vorrebbe imporsi il silenzio”.

Palermo, 21 ago. (Adnkronos/Ign)

Gli uomini d’oro del Vaticano il finanziere nella cappella Sistina

Postato il 10 giugno, 2010
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Dopo Balducci, un altro Gentiluomo di sua Santità al centro di una rete di affari opachi: è Herbert Batliner, benefattore della Chiesa. Il club più esclusivo del mondo, quello dei gentiluomini di Sua Santità, nasconde molti misteri sui rapporti tra conti off-shore e Vaticano

Nelle segrete stanze della finanza vaticana più “oscura” non c’è solo il caso di Angelo Balducci, figura chiave del sistema Anemone e degli affari sporchi con la politica: se si scava più a fondo si scopre che il club più esclusivo del mondo, quello dei Gentiluomini di sua Santità, nasconde altre inquietanti verità, che portano a chiedersi come mai Ratzinger, a distanza ormai di cinque anni dall’inizio del suo pontificato, non abbia fatto pulizia negli oscuri meandri della finanza off-shore che prospera all’ombra dello Ior, dell’Apsa (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), di Propaganda Fide e di molte società partecipate dal Vaticano. Raztinger, infatti, ha portato alla guida dello Ior un banchiere dell’Opus Dei, Ettore Gotti Tedeschi, inquisito (e poi prosciolto) per il caso Parmalat e molto legato a Gianmario Roveraro, centrale nella quotazione di Parmalat e ucciso poi da strani killer, e il Vaticano sta coprendo una serie di situazioni ancora più strane, che hanno radici lontane ma che presentano analogie col caso Balducci.

Per parlarne bisogna illuminare una figura molto legata con San Pietro, il “re” della finanza off-shore in Liechtenstein, Herbert Batliner, un anziano professionista, classe 1928, a sua a volta figlio d’arte. Batliner è il massimo esperto di fiduciarie off-shore, ma anche l’uomo nell’ombra della finanza vaticana. Per avere una fotografia nitida da cui partire per raccontare questa strana storia bisogna fissare una data, il 9 settembre 2006.

Una giornata importante, per papa Ratzinger e per Herbert Batliner, presidente di una fondazione con sede in Liechtenstein, la Peter Kaiser Gedächtnisstiftung, che ha come scopo statutario la difesa dei valori cristiani in Europa. Quel giorno lo “gnomo degli gnomi” avrebbe incontrato papa Ratzinger, a Ratisbona, in Baviera, per regalargli un prezioso organo a canne del valore di 730mila euro destinato proprio alla chiesa di Ratisbona.

Era una giornata di gloria che l’avvocato di Vaduz attendeva da tempo, dopo gli anni difficili e le intricate vicende che ne avevano infangato il nome. Per decenni Herbert Batliner, nominato gentiluomo di Sua Santità già da Giovanni Paolo II, aveva operato dietro le quinte, silenziosamente, per il bene dell’Europa cristiana.

Ma poi era stato qualificato da un rapporto del Servizio segreto tedesco Bnd e da Der Spiegel come il “re dei fiduciari”, la “centrale del lavaggio di denaro sporco”, “l’amico di evasori e gangster”. Eppure Herbert Batliner – pochi lo sanno – era e resta un autentico uomo di fiducia del Vaticano da oltre 30 anni. E per questo, quel 9 settembre 2006, era venuto a Ratisbona, per donare quel prezioso organo a Benedetto XVI. Mentre Batliner compiva questa buona azione, tuttavia, qualcuno si stava interessando a lui. Era il Dipartimento 35 della Procura di Bochum, fiore all’occhiello dello stato tedesco nella lotta all’evasione fiscale. Lì, a Bochum, il nome di Batliner era scritto a caratteri cubitali su più di 400 fascicoli aperti a partire dal 2000, ovvero l’anno in cui un dipendente “infedele” del noto avvocato aveva consegnato al fisco tedesco un cd-rom pieno di dati segreti dello studio Batliner.

In quel momento si aprì un mondo fino a quel momento completamente sconosciuto, per gli 007 del fisco tedesco. Gli 007 arrivarono a definire il “sistema Batliner” come un meccanismo perfetto che per anni aveva sottratto al fisco tedesco almeno 250 milioni di euro di imponibile. Ed era certo una stima per difetto. Il ruolo di Batliner risultò subito centrale: creava di persona le società paravento, le Anstalt, le Stiftung; e poi le gestiva a nome di clienti di tutto il mondo che cercavano l’anonimato assoluto in Liechtenstein. Il 9 settembre 2006, chi osservò Batliner muoversi nella “Piccola Cappella” di Ratisbona potè notare in lui un certo nervosismo. Ogni tanto il notissimo professionista girava la testa, come per accertarsi se qualcuno lo aspettasse fuori, per capire se la polizia in divisa e gli agenti in borghese si trovavano lì per proteggere il Papa, e non per occuparsi di lui. Le sue paure non erano infondate. Era infatti un vero miracolo che Herbert Batliner potesse incontrare papa Ratzinger: in quel momento, pur risiedendo in Lichtenstein, era formalmente ricercato in Germania.

Com’era riuscito Batliner a ottenere di incontrare personalmente Papa Ratzinger? Dopo mesi di serrate trattative e grazie alla “moral suasion” degli ambienti vaticani, la Procura di Bochum aveva ceduto a forti pressioni, garantendo al gentiluomo del Papa un “salvacondotto” per quell’incontro e consentendogli un percorso dal confine austriaco-tedesco fino a Ratisbona e ritorno. La motivazione ufficiale, che poi si è rivelata risibile, era che Batliner era gravemente malato. Solo grazie a questo artificio fu evitato lo scandalo dell’arresto in chiesa di un gentiluomo del Papa: appena un anno dopo, nell’estate del 2007, Batliner ammetteva le sue colpe e scendeva a patti con lo Stato tedesco, accettando il pagamento di una sanzione di due milioni di euro.

Il salvacondotto concesso a Batliner per l’incontro con Benedetto XVI destò un vero scandalo in Germania. E ci fu chi ironizzò sulla vicenda accostandola alla storia del predicatore medioevale Tetzel che, durante il papato di Giulio II, vendeva lettere di indulgenza papale per la remissione dei peccati in cambio di denaro che serviva a finanziare la costruzione della basilica di San Pietro: una protesta che aveva segnato nel 1517 l’inizio della Riforma, guidata da Martin Lutero. La cattiva fama di Batliner superò in seguito i confini della Germania e del Liechtenstein. E nel 1999 il Presidente della repubblica austriaca Thomas Klestil rifiutò un assegno di beneficenza di 56 mila franchi perché proveniente proprio da Batliner. Tre anni dopo, la Suprema Corte del Liechtenstein confermò, in una sentenza, che Batliner già nel 1990 era il fiduciario dell’ecuadoriano Hugo Reyes Torres, indicato come boss della droga, nel frattempo condannato. Per conto del barone della droga, segnala The Independent, Batliner avrebbe riciclato 15 milioni di euro.

Il gentiluomo di sua santità, il “più noto e discusso fiduciario del Liechtenstein”, come lo definisce il settimanale svizzero Weltwoche, sponsor dell’Hockey Club di Davos, forte di un patrimonio stimato in 200 milioni di euro, era diventato noto per la prima volta in Germania all’inizio degli anni Novanta nell’ambito dello scandalo delle casse nere della Democrazia Cristiana tedesca, la Cdu. Un ammanco di oltre 8 milioni di euro. “Appropriazione indebita personale”, si giustificò il capo della Cdu dell’Assia Roland Koch, pesantemente coinvolto nella vicenda. Una vicenda che vide Batliner in un ruolo senz’altro centrale, ma di cui le reali implicazioni restano ancora nebulose dato che il Lichtenstein non collabora con le amministrazioni giudiziarie degli altri Paesi, tranne nei casi di omicidio o traffico di droga. Batliner era l’uomo giusto per queste operazioni. Chi cercava un rifugio sicuro per il proprio denaro si rivolgeva a lui, il decano dei fiduciari. Il commento che una volta l’avvocato rilasciò in merito alle pesanti accuse rivoltegli resta lapidario: “Non sono un padre confessore, che deve interrogare i suoi clienti per scoprire se questi rispettano o meno le leggi dei loro rispettivi Paesi d’origine”.

L’incontro a Ratisbona fu per Herbert Batliner senz’altro uno dei momenti più alti della sua vita. Le cronache dell’incontro ci restituiscono l’atmosfera. L’organo comincia a suonare. L’organista intona un brano di Bach. Herbert Batliner è raggiante e sembra abbia esclamato: “Se gli angeli suonano per Dio, scelgono Bach. Se suonano per se stessi, scelgono Mozart”. Ma quell’organo non era il primo che il benefattore del Liechtenstein avrebbe regalato alla Chiesa cattolica: il 14 dicembre 2002 il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato e Vice Decano del Collegio Cardinalizio, presiedeva il rito di benedizione del nuovo organo della Cappella Sistina, regalato anche in questo caso dallo stesso Batliner. Il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini, si rivolgeva direttamente al benefattore affermando solennemente: “Il nostro ringraziamento va al Prof. Dott. Herbert Batliner, Presidente della Fondazione Gedächnisstiftung Peter Kaiser e Gentiluomo di Sua Santità”.

L’avvocato di Vaduz, questo è certo, godeva della massima fiducia dei Papi: già nel 1998 Giovanni Paolo II lo aveva nominato Gentiluomo di Sua Santità, il più alto rango che un laico può raggiungere in Vaticano. La prima onorificenza papale, la croce “Komturkreuz des Päpstlichen Silberordens mit Stern”, gli però era stata conferita già nel lontano 1970. Nel 1993 seguì il “segno d’oro” della diocesi di Innsbruck, per meriti speciali. Alla nomina di Gentiluomo di Sua Santità si aggiungeva, nel 2001, anche la Gran Croce dell’Ordine Papale di San Gregorio: Herbert Batliner era ed è uno dei laici più decorati in Vaticano.

Dal 1994, inoltre, Batliner è Presidente del Consiglio della Fondazione della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. È curioso ciò che scriveva l’1 gennaio 1994 papa Giovanni Paolo II nel documento di nomina: “I membri dell’Accademia sono scelti dal Pontefice in base alla loro competenza e alla loro integrità morale”. A questo punto s’impongono alcune domande: in base a quale competenza “morale” è stato scelto il re dei fiduciari vaticani nel Lichtenstein? Dal 1990 era noto il coinvolgimento di Batliner nello scandalo delle casse nere dei democristiani tedeschi; dal 2000 in poi il suo nome era associato al più grande scandalo di evasione fiscale in Germania. È difficile decifrare i motivi di un comportamento “ad alto rischio di vergogna” come il rapporto strettissimo e inspiegabile del Vaticano con Herbert Batliner, di vago sapore nibelunghiano.

Tra l’altro, i suoi guai legali sono proseguiti anche in seguito. Nel gennaio 2009 il tribunale del Liechtenstein si è dovuto occupare del vecchio “tesoro” dei democristiani tedeschi dell’Assia nella fondazione Alma Mater, gestita da Batliner. Oltre ai sei milioni di marchi spariti dai conti, restano ancora aperte alcune domande degli inquirenti: quanti soldi neri giacevano ancora sui conti dell’Alma Mater e chi esattamente aveva versato i soldi? Ufficialmente, come intestataria della società, figurava una vedova di nome Christa Buwert. Ma nel processo davanti alla Corte del Lichtenstein si sono scoperti fatti sorprendenti: per esempio che Batliner, fiduciario della fondazione, nel 1998 avrebbe effettuato un versamento di 10 milioni di franchi svizzeri da questi fondi ai propri conti personali. Un anno dopo quel versamento Batliner riceveva dalla vedova (nel frattempo ammalatasi di demenza senile) 1,2 milioni di franchi per comperare un quadro. La Corte del Liechtenstein, su istanza dell’avvocato d’ufficio della vedova, ha però costretto Batliner a restituire quei soldi. Batliner si è lamentato di questa sentenza, perché il “quadro aveva un alto valore emozionale, fatto di ricordi”.

Batliner è l’uomo chiave anche in una strana, piccola banca italiana: la Banca Rasini, l’istituto di credito che finanziò gli inizi di Silvio Berlusconi e che era diretto dal padre Luigi. Batliner era infatti l’uomo che gestiva e rappresentava tre misteriose società che erano azioniste forti della Rasini: si tratta della Wootz Anstalt di Eschen, della Brittener Anstalt di Mauren e della Manlands Financiere S. A. di Schaan, tutte situate del Liechtenstein. Batliner ne era rappresentante legale insieme a un altro “gnomo” della finanza vaticana, Alex Wiederkehr. Wiederkehr è anch’egli membro dell’inner circle della finanza vaticana e fa parte di una nota famiglia di gnomi svizzeri. Insieme a Wiederkehr, Batliner era una figura chiave nella Banca Rasini, coinvolta nel blitz di San Valentino del 14 febbraio 1983 che portò all’arresto di molti mafiosi di stanza a Milano; una banca indicata dallo stesso Sindona come la banca della mafia a Milano. La riprova che Batliner fosse l’uomo della finanza vaticana nella Rasini viene anche dal fatto che altri importanti azionisti della Rasini, gli Azzaretto, erano fiduciari della finanza vaticana sin dai tempi di Papa Pacelli, come recentemente ammesso da Dario Azzaretto in una intervista a chi scrive.

Un “dettaglio” altrettanto interessante e inquietante è che Batliner, gentiluomo del Papa e longa manus del Vaticano nella Banca Rasini, è anche coinvolto nella vicenda del tesoro nascosto della Fiat. Batliner è infatti il fondatore della Prokuration Anstalt, che a sua volta controlla il First Advisory Group, il quale ha materialmente costituito il Trust Alkyone, la principale cassaforte offshore destinata a raccogliere il patrimonio estero dell’avvocato Agnelli. E nel consiglio di amministrazione di Alkyone compaiono la moglie dell’avvocato Batliner, Angelica Moosleithner, Ivan Ackermann e Norbert Maxer della Prokuration Anstalt. Nel 2001 venivano inoltre nominati, accanto ai consiglieri di amministrazione, i protettori del Trust: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e, naturalmente, Gianni Agnelli.

Oggi Herbert Batliner si divide tra la sua clientela “top” e i campi da hockey di Davos. Nonostante sia stato accusato di essere l’uomo del riciclaggio dei fondi neri della politica ed abbia riconosciuto di essere uno dei maggiori esperti di evasione fiscale, Ratzinger non fa nulla per rimuoverlo. Dopo l’esplosione del caso Balducci-Anemone, il Vaticano ha dichiarato formalmente che i gentiluomini di sua santità sono “professionisti di indubbia moralità e qualora si dimostri il contrario le dimissioni dall’incarico sono doverose”. Eppure, se si entra nella fornitissima libreria del Vaticano situata accanto a piazza San Pietro e si acquista il gigantesco Annuario Pontificio, si scopre, a pagina 1822, che Herbert Batliner è sempre lì, nel cuore dell’organigramma del potere vaticano, come presidente del Consiglio della Fondazione per la Promozione delle Scienze Sociali. I vecchi amici non si abbandonano mai.

FERRUCCIO PINOTTI e UDO GÜMPEL – Repubblica 10 giugno 2010

Quel patto segreto tra la destra e la chiesa

Postato il 16 maggio, 2010
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I retroscena dei rapporti tra Berlusconi e Ratzinger nel nuovo libro di Pinotti e Gümpel

Si chiama “L’unto del Signore” E rivela i legami tra il Governo e il Vaticano. Sanciti alla presenza di Letta e Bertone in un incontro del 5 giugno 2008 di Alberto Statera (la Repubblica, 02.06.2009)

L’unto del Signore, come si autodefinì una volta, non è mai stato l’idealtipo del buon cattolico praticante. Ma quel 5 giugno 2008, con la regia del gentiluomo di Sua Santità Gianni Letta e del segretario di Stato Tarcisio Bertone, Silvio Berlusconi e Joseph Alois Ratzinger siglarono un patto d’acciaio tra il governo italiano in carica da un mese e il papato. Passato un anno, quel patto difensivo-offensivo ha già dato risultati straordinari per i contraenti, tanto da indurre il presidente della Camera Gianfranco Fini a tentare di smarcarsi dal berlusconismo anche in nome della laicità dello Stato.

Non c’è divorzio che possa incrinare quella sorta di nuovo Concordato de facto, nonostante le critiche della Chiesa del Vangelo alla «partnership» delle alte gerarchie con il politico amorale per eccellenza. Quella partnership consolidata recentemente con il Papa, in realtà viene da lontano, come documenta con dovizia di prove un libro-inchiesta di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, intitolato per l’appunto L’unto del Signore in uscita per la Bur il 3 di giugno (pagg. 299 , euro 12,50) . Viene talmente da lontano da essere ormai indissolubile.

Ne è convinto, anche il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga: «Alla Chiesa cattolica – ha detto intervistato dagli autori – che uno vada in chiesa o meno non importa molto: se devo fare un contratto, una società, come amico mi scelgo uno che abbia le mie stesse idee religiose, ma se questo cristiano non capisce nulla di finanza e dall’altra parte c’è un massone che capisce di finanza, con chi crede che faccia la società? La Chiesa guarda al concreto». Berlusconi è cristiano e pure massone (tessera 1816 della P2).

Il giovane Silvio, studi al liceo Sant’Ambrogio dei Salesiani e frequentazione di Torrescalla, residenza universitaria milanese dell’Opus Dei, dove conobbe Marcello dell’Utri, fa i primi passi di imprenditore edile con l’aiuto della Banca Rasini. Investendo una parte dei primi guadagni, fonda la squadra di calcio Torrescalla-Edilnord targata Opus Dei: lui presidente, l’amico palermitano allenatore e il fratello Paolo centravanti.

Alla Rasini il padre Luigi da semplice impiegato è diventato direttore. Questa banca, con un solo sportello a Milano in piazza dei Mercanti, era alternativamente definita «Vatican bank», «Sportello della mafia» o «Banca di Andreotti». E’ stata in realtà tutte queste cose prima di finire nel 1992 dentro la Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani, l’uomo che sussurrava ad Antonio Fazio, pio governatore della Banca d’Italia e legionario di Cristo.

Dagli anni Sessanta e fino al blitz antimafia del 14 febbraio 1983 che portò all’arresto del direttore Antonio Vecchione, succeduto a Berlusconi senior, e di un gruppo di imprenditori legati ai clan Fidanzati, Bono e Gaeta, era in quello sportello a due passi dal Duomo il crocevia degli interessi di Cosa Nostra e del Vaticano. La maggioranza azionaria era passata dai Rasini a Giuseppe Azzaretto, nato e Misilmeri nei pressi di Palermo, cavaliere di Malta e commendatore del Santo Sepolcro, che aveva nominato presidente Carlo Nasalli Rocca, anche lui cavaliere di Malta e fratello del cardinale Mario Nasalli Rocca.

Ma si diceva che l’effettivo controllo fosse di Giulio Andreotti, come conferma Ezio Cartotto, ex dirigente democristiano che con Dell’Utri partecipò alla fondazione di Forza Italia. Interpellato da Pinotti e Gümpel, Dario Azzaretto racconta: «Andreotti è stato per la mia famiglia un grande amico e lo è tuttora», tanto che per anni ha trascorso le vacanze nella loro villa in Costa Azzurra.

Ma i misteri della Rasini, passata negli anni Ottanta anche per le mani dell’imprenditore andreottiano Nino Rovelli, non sono finiti qui. Dietro c’erano tre fiduciarie basate in Liechtenstein e amministrate dal gentiluomo di Sua Santità e gran croce dell’Ordine papale di San Gregorio Herbert Batliner, re dell’offshore, gnomo degli gnomi plurinquisito, che nel 2006 regalò un organo del valore di 730 mila euro a papa Ratzinger.

C’era anche Berlusconi in quelle tre fiduciarie? «Non mi pare – risponde Dario Azzaretto – che Berlusconi o parenti di Berlusconi o persone vicine a Berlusconi avessero partecipazioni in società che si potevano riferire alla banca». Le sue operazioni con la Rasini – aggiunge – avvenivano tramite Armando Minna, membro del collegio dei sindaci e amministratore di alcune holding berlusconiane registrate come saloni di bellezza e parrucchieri. Ufficialmente è nel 1975, quando i primi inquilini già abitano a Milano 2, che nasce la Fininvest. Ma la ricerca certosina degli autori dell’Unto del signore la retrodata di almeno un anno, quando una Fininvest Ltd-Grand Cayman compare tra le società partecipate da Capitalfin, controllata a sua volta dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e dall’Istituto per le Opere di Religione.

Ciò che coincide con quanto dichiarato dal figlio del banchiere piduista trovato morto a Londra nel 1982 sui soldi misteriosi con cui venne costituita la Fininvest. Carlo Calvi racconta tra l’altro che il padre, in una riunione del dicembre 1976 alle Bahamas cui era presente anche il cardinal Marcinkus, lo prese sottobraccio e gli sussurrò: «Finanzieremo le attività televisive di Silvio Berlusconi».

Storia antica, ma significativa del vero miracolo compiuto da Berlusconi: quello di avere sempre con sé il Vaticano, nonostante la sua storia personale. Al punto, diventato presidente del Consiglio, da dividere l’Italia tra due sovranità che si contendono il paese: quella della Chiesa e quella del declinante Stato laico.

Racconta ancora Cartotto: «Dell’Utri mi invitò a una convention di Publitalia a Montecarlo. Arrivammo nel principato con l’aereo aziendale. Su quell’aereo c’eravamo io, il professor Torno e monsignor Gianfranco Ravasi. Sono convinto che Berlusconi abbia cominciato a pensare all’ipotesi di scendere in campo nell’autunno del 1992, proprio in occasione di quella convention. Silvio fece un discorso nel quale rilevava che il clima politico si stava facendo pesante. Disse che gli amici perdevano potere, che i nemici ne conquistavano e l’azienda doveva attendersi momenti difficili».

Decisa infine la «discesa in campo», i rapporti col Vaticano divennero quasi un’ossessione: «Posso dire di aver avuto un piccolo ruolo anche io», vanta Cartotto: «Organizzai un incontro tra Bertone e Aldo Brancher, un ex sacerdote che ora è uno degli uomini più importanti di Forza Italia, quando il cardinale non conosceva ancora il gruppo berlusconiano. Poi Brancher lasciò il passo a Letta soprattutto nel momento in cui Bertone divenne segretario di Stato». Il cardinale Silvio Oddi, per trent’anni prefetto della Congregazione per il clero, assolse prontamente il Berlusconi politico dal peccato del primo divorzio. Il cardinale Camillo Ruini avallò.

Il 30 giugno 2008, tre settimane dopo l’incontro Ratzinger – Berlusconi, il governo confeziona il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche che prevede una disciplina ad hoc per gli ecclesiastici. Se si intercetta un prete bisognerà avvertire il suo vescovo, se si intercetta il vescovo il segretario di Stato vaticano. E se si intercetta il papa? Opzione non prevista.

Alberto Statera – Repubblica, 02 giugno 2009   pagina 40   sezione: CULTURA